WEB TAX: SOLO UN GOVERNO DI INETTI POTEVA PARTORIRLA

Col pretesto di colpire i giganti della Silicon Valley, questa nuova tassa finirà per penalizzare gli italiani
In teoria, si tratta del tentativo di colpire i profitti delle piattaforme online. In pratica, è un tentativo confuso e pasticciato di estrarre più gettito (poco: si parla di un centinaio di milioni di euro a partire dal 2019) colpendo le transazioni su internet. Cioè, per chiamare le cose col loro nome: di tassare chi compra e chi vende servizi attraverso la rete.
Col pretesto di colpire i giganti della Silicon Valley, questa nuova tassa finirà per penalizzare gli artigiani italiani che vendono i loro prodotti nel grande bazar di Internet e le imprese italiane che seguono la strada della digitalizzazione. A pagare il conto saranno dunque – primo paradosso – proprio quelle imprese che la politica spergiura di avere a cuore quando parte lancia in resta contro di avere a cuore le grandi imprese multinazionali. E in particolare – secondo paradosso – proprio quelle attività che il governo ha voluto incentivare col piano Industria 4.0. È una specie di moto fiscale perpetuo: prima ti sussidio per comprare un servizio, e poi ti tasso mentre esegui la transazione.
Il terzo paradosso è che la riscossione è affidata agli intermediari finanziari. Fingiamo di non vedere che questa nuova incombenza ha dei costi (indovinate chi li pagherà?). Fingiamo pure che tutti gli intermediari siano uguali e che abbiano sempre i dati di cui dovrebbero essere in possesso per effettuare il prelievo del 6 per cento sulle transazioni. Ma non possiamo fingere di non vedere che – mentre ci si dice che le tech companies vanno colpite perché estraggono valore dai nostri dati – quegli stessi dati vengono obbligatoriamente regalati agli intermediari finanziari. Quindi, non siamo liberi di dare al nostro social network preferito informazioni su di noi, ma saremo obbligati a metterle in mano a chi gestisce le nostre compravendite online.