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LA FELICITÀ OTTUSA DI PARAGONE

6 Aprile 2019

E’ il buon selvaggio dei tempi nuovi, l’unico che sia riuscito a spingere l’effetto Dunning-Kruger oltre quel muro del suono dove l’inconsapevolezza dei propri limiti produce una misteriosa forma di felicità. Puoi condurre i talk-show più abominevoli della storia della tv e far da trampolino a orripilanti carriere politiche, filosofiche o giornalistiche, puoi cantare e stonare tutto gongolante con la tua atroce band dall’atroce nome Skassakasta, puoi partecipare a dibattiti impari senza sapere quel che dici, sparare scemenze a raffica e non accorgerti di nulla, puoi aspirare a ruoli istituzionalmente delicati per i quali sei peggio che inadeguato senza neppure un tremito, un’indecisione, un tormento, e tutto con quel sorriso beatamente naïf che sembra venir fuori da Rousseau – e non la piattaforma farlocca, neppure il filosofo, ma Rousseau il Doganiere, il pittore delle foreste verdi folte folte e dei signori coi mustacchi che giocano a palla festanti nelle loro braghette a righe.

La felicità ottusa e senza ombre del tenente colonnello Paragone

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